Prima Interstellar a destra

Ieri sera sono andato a vedere Insterstellar in 70mm al Cinema Arcadia di Melzo. Credo sia la prima volta in vita mia in cui apprezzo la qualità dei 70mm, anche non ne avevo mai visto uno con questa qualità. Una qualità grezza, slavata, con molta poca luminosità, ma dai colori veri e reali.

Mi piace l’altissima definizione e come sapete detesto il 3D, ma probabilmente una pellicola in grado di dare la sensazione di assistere ad un film di qualche decennio fa è forse equiparabile all’ascolto di un vinile oggi.Ora, non ho metri di paragone per giudicare come si possa apprezzare in 4K il medesimo film, quello che posso dire è che tutte le imperfezioni, visibili ad occhio nudo, della pellicola contribuiscono a rendere quest’opera ancora più attaccata al mondo reale, almeno per questo aspetto.Ho notato poi come ci siano almeno 7 tagli molto bruschi durante il film. Tagli, immagino, voluti in fase di montaggio, molto crudi e apparentemente fastidiosi nel cambio di sequenza filmica, tuttavia comprensibili se lo si approccia tenendo a mente il fatto che il film è stato girato e pensato per essere visto in 70mm. Kudos quindi ad Arcadia per essere una tra le sole 5 sale in Europa a trasmetterlo così come Nolan l’ha concepito. Se avete quindi la fortuna di visionarlo in questa risoluzione, non spaventatevi se le immagini ad un certo punto salteranno, è una cosa voluta, fa parte della narrazione.

Spostandomi sull’opera filmica, mi ero immaginato di andare a recuperare qualche chicca e qualche spiegazione aggiuntiva (cosa che poi ho fatto comunque, ma guidandovi nell’interpretazione del film) come fatto con Her qualche mese fa. Tuttavia mi sono detto che questa volta sarebbe stato troppo complicato e sarei finito con dare delle interpretazioni sbagliate.Ciò che posso fare, evitando di attivare la modalità spoiler, è quella di dare dei consigli prima della visione dello stesso e magari condividere una discussione sui medesimi una volta tornati dal cinema o da qualsiasi supporto voi scegliate per guardarlo.Il primo. Non scadete nell’errore di uscire dalla sala cercando di interpretare Interstellar come un trattato scientifico, un documentario uscito da National Geographic o Discovery Channel. Nella maggior parte dei casi non ci riuscirete a meno di essere degli astrofisici e anche in quel caso avreste molte domande per la testa. Nonostante ciò, se le domande iniziano a diventare pressanti e faticate a prender sonno qui ci sono un paio di articoli a supporto: il Post cerca di fare il sunto dell’uomo comune, Wired racconta invece di come proprio un astrofisico, Kip Thorne, abbia supportato il regista Christopher Nolan (scrivendo anche un libro) nella realizzazione del film.Secondo. Se invece di scienza ne capite, come Paolo Attivissimo, magari ne rimarrete delusi proprio come lui come l’astronomo di Slate o le 21 inensatezze di Vulture, perché magari la vostra anima nerd cercherà sempre e comunque il pelo nell’uovo cercando di spiegare ogni singolo fenomeno della pellicola, alla ricerca di un significato anche dove non c’è. Voglio però aggiungere una cosa e sfrutto un estratto di articolo di ScreenChrush:

But a movie is not its marketing; regardless of what ‘Interstellar’’s marketing said, the film itself makes no such assertions about its scientific accuracy. It doesn’t open with a disclaimer informing viewers that it’s based on true science; in fact, it doesn’t open with any sort of disclaimer at all. Nolan never tells us exactly where or when ‘Interstellar’ is set. It seems like the movie takes place on our Earth in the relatively near future, but that’s just a guess. Maybe ‘Interstellar’ is set a million years after our current civilization ended. Or maybe it’s set in an alternate dimension, where the rules of physics as Phil Plait knows them don’t strictly apply.

Or maybe ‘Interstellar’ really is set on our Earth 50 years in the future, and it doesn’t matter anyway because ‘Interstellar’ is a work of fiction. It’s particularly strange to see people holding ‘Interstellar’ up to a high standard of scientific accuracy because the movie is pretty clearly a work of stylized, speculative sci-fi right from the start.

Come a dire, un film è un film, non è una dissertazione scientifica da pubblicare su Science. Quindi è probabilmente un bel racconto di fantascienza, dove inevitabilmente elementi fantastici sono stati aggiunti per arricchire e abbellire l’esperienza di visione. Posso comprendere la delusione, del resto vengono affrontati temi a cui l’uomo cerca di dare risposta da sempre.

Illustrazione di Chris B. Murray

Terzo. Mi sono sforzato di comprendere meglio quale fosse il fine ultimo del film e dare una mia personalissima interpretazione. Cosa per la quale, sono convinto, Nolan lasciarci con uno spunto di riflessione. Qui si mi tocca segnalare SPOILER:

  • La gravità non è la sola forza in grado di superare le leggi fisiche di tempo e spazio. L’amore è la seconda di queste.
  • Il messaggio chiaro del film è l’inevitabilità della fine della nostra specie se non facciamo qualcosa per preservare questo luogo chiamato Terra che ci sta solo ospitando. Le referenze sono tante, ma all’inizio del film maggiormente evidenti quando si parla di aver smesso di guardare in alto per concentrarsi sul basso. Sulla Terra appunto.
  • Non concordo sull’evoluzione dell’uomo tanto da riuscire a piegare al proprio volere il tempo, tanto da riuscire a dargli una dimensione fisica. Se fosse molte migliaia di anni dovranno passare, oppure diventare delle macchine noi stessi.

Quarto e mi taccio. Ad un certo punto del film vedrete apparire Matt Damon. Ecco io al primo frame non ho fatto a meno di pensare al suo ruolo in The Departed. La spia, il traditore, il doppio giochista. Evidentemente è un’etichetta alla quale fa fatica a rinunciare. Scoprirete il perché.Vale la pena? Sicuramente si, se ne parlerà per molto tempo e sicuramente ha segnato la storia della cinematografia così come chi cerca di dare interpretazioni o sta studiando il nostro futuro come specie. Vale sicuramente il suggerimento di apprezzarlo come opera artistica, se poi amate cercare secondi risvolti, scoprirete essere il bello della macchina dei sogni.

L’importanza di chiamarsi blogger

Che strano ritrovare tanti (credetemi, tanti) blog, soprattutto americani, riaprire dopo un lungo periodo di inattività, inebriati da un’improvvisa e troppo frettolosa infatuazione per i Social Network.Blogger non lo diventi, ti ci chiamano. È un appellativo di facile guadagno non appena si decide di riempire chilate di pagine bianche su un dominio personale, dove la sola voce in capitolo sia la vostra.In realtà quello che state facendo è liberarvi. Liberate voi stessi al mondo, in che modo resta a voi comprenderlo.C’è chi come la collega danah boyd ha deciso di farlo per cambiare la community di lavoro e di passioni nella quale si è trovata all’inizio degli anni 2000.

I started blogging to feel my humanity. I became a part of the blogging community to participate in shaping a society that I care about. I reflect and share publicly to engage others and build understanding. This is my blogging practice. What is yours?

O c’è chi come Mitch Joel riflette su come sia più importante leggere rispetto a scrivere un post. Trovo tutto sommato questa riflessione piuttosto corretta.La cosa più difficile se ti senti “blogger” è trovare un argomento allettante per chi ti segue, evitare di essere soltanto il riverbero di qualcosa già detto, soprattutto per noi italiani, in un’altra lingua. L’ispirazione.Quel momento effimero bisognoso di un appunto veloce, un’annotazione anche non puntuale in grado di ricordarci in modo quasi istantaneo ciò a cui pensavamo nel momento dell’intuizione. Proprio lui suggerisce qualche tecnica da tenere a mente, sia mentre siete disconnessi, sia mentre siete online:[embed]https://youtu.be/cOsAnP8urT0\[/embed\]O c’è chi come Mitch Joel riflette su come sia più importante leggere rispetto a scrivere un post. Trovo tutto sommato questa riflessione piuttosto corretta.La cosa più difficile se ti senti “blogger” è trovare un argomento allettante per chi ti segue, evitare di essere soltanto il riverbero di qualcosa già detto, soprattutto per noi italiani, in un’altra lingua. L’ispirazione.Quel momento effimero bisognoso di un appunto veloce, un’annotazione anche non puntuale in grado di ricordarci in modo quasi istantaneo ciò a cui pensavamo nel momento dell’intuizione. Proprio lui suggerisce qualche tecnica da tenere a mente, sia mentre siete disconnessi, sia mentre siete online:

Physical. I keep it very simple. Moleskine for the win. I keep two physical journals. One in my back pocket and a much bigger one in my bag. I’m a writer. As amazing as digital is, I like to physically write my ideas/notes down on paper. Capture everything. You never know where something interesting might come from. Don’t believe me? Read what James Altucher has to say about taking notes.

Digital. Whatever I read (and find interesting), I now save with an app called,Pocket. I love Pocket, because it works great across all screens (iPhone, iPad and MacBook Air). The tagging functionality is priceless, and the ability to read the content saved while being offline is simply magical. I have written about my love affair with Pocket before.

Tuttavia se siete già in questa fase, dove l’ispirazione deve diventare ossessione per convertire una visita in un utente fedele, allora significa rasentare l’ossessione per la pubblicazione. Quasi un lavoro. Il blog, inteso come diario online (web log), a quel punto, ha fatto spazio a qualcosa d’altro, forse più vicino a un giornale online o una forma di divulgazione di un pensiero culturale.Per questo trovo profonda differenza tra chi lo fa per il primo scopo, a mo' di confessionale, e il secondo dove invece la sensazione di urgenza di pubblicare è la prima cosa a cui pensi al mattino.Se lo intendete, come lo intendo io, nella sua prima accezione essere un blogger significa accrescere il valore di se stessi grazie alla condivisione del proprio bagaglio di esperienze, non necessariamente culturale. Una forma d’arte insomma come scrive Anil Dash in questo suo post di 15 anni di blog.

The personal blog is an important, under-respected art form. While blogs as a medium are basically just the default format for sharing timely information or doing simple publishing online, the personal blog is every bit as important an expressive medium as the novel or the zine or any visual arts medium. As a culture, we don’t afford them the same respect, but it’s an art form that has meant as much to me, and revealed as many truths to me, as the films I have seen and the books I have read, and I’m so thankful for that.

Forse difficile mantenerne uno, ma dopotutto la frequenza dovrebbe importarvene poco se pensate di farlo per voi stessi più che per qualcun’altro. Dopo tutto ne sono sopravvissuti pochi perché in tanti hanno qualcosa da dire, anche se in pochi riescono ad esprimerla come vorrebbero.Spesso siamo troppo attratti dalle mode della condivisione a tutti i costi, esser blogger nel 2014 significa soprattutto questo. Evitare di dipendere dal concetto del “Fear of missing out” di cui ho parlato qualche giorno fa. È una cosa molto complicata a cui sono arrivato dopo molti anni di scrittura online, molti dei quali vissuti con la nascita e l’espansione proprio di quei luoghi che hanno contribuito a creare quest’ansia. Ora pubblico solo quello che so accrescere il mio spirito critico, ampliato nel momento stesso in cui digito le parole su cui sto riflettendo.Il bello di uno spazio come questo è poter fissare un pensiero, evitando di preoccuparsi dell’opinione degli altri.

Halo: The Master Chief Collection

Perdersi è la cosa migliore

Settimana scorsa ho salvato un articolo di Internazionale sulla gioia di perdersi qualcosa. Certo che prima o poi avrei trattato l’argomento.

Questa sensazione è in netto contrasto con una delle malattie dei nostri tempi: la Fomo (fear of missing out), cioè la paura di perdersi qualcosa. Secondo l’imprenditrice Caterina Fake, che ha contribuito a rendere popolare questo termine, la Fomo è “un vecchio problema, aggravato dalla tecnologia”: non siamo mai stati così consapevoli di quello che gli altri fanno e noi no. Facebook e gli altri social network provocano Fomo, e ne traggono profitto: li controlliamo continuamente anche per avere la sensazione di partecipare a distanza.

Ci sono tornato ieri col pensiero mentre guardavo Boyhood. Ad un certo punto il protagonista, in questo concentrato di passaggi cruciali della sua vita, nelle ultime battute pronuncia questa frase:

I want to try and not lead my life through a screen

Mi ha sulle prime ricordato una reazione alla Vita à la “Into the Wild”, ma dopotutto è ciò che ho fatto anche io da qualche mese. Ho dato ascolto al mio corpo e alla mia mente e semplicemente ho riassegnato delle priorità.Come passare una giornata intera con qualcuno che non vedi da una vita, ma sai che in realtà c’è sempre stato. Provare a guardare un concerto intero cercando di lasciare il cellulare in tasca, anche se con poco successo. Stare vicino a chi ti fa capire di aver bisogno di te, ma non te lo dice per non sentirsi un peso.Ciò che mi sto perdendo è la vita degli altri e non la mia. E questo è un pensiero a cui mi piace tenermi stretto.

In fondo non ci stiamo veramente “perdendo” qualcosa se, inevitabilmente, la stanno perdendo quasi tutti gli altri. Stare male per questo è come disperarsi per non essere in grado di contare all’infinito.

Sparire dal proprio blog accade sempre per un motivo. Ora sapete che mi sto perdendo nel Mondo, qui potreste trovarlo in differita.

True Detective e l’importanza del dialogo

Questo non è un post su True Detective. Lascio alle migliaia di pubblicazioni online vicine alle serie TV il compito di descrivervi la serie, così come ha fatto Vice qui molto bene. Questo è un post sulle parole e su come chi sa concatenarle nel modo giusto abbia vinto già una grossa battaglia: quella per l’attenzione.Probabilmente faticherete ad accorgervene, è una sensazione difficile da decifrare. Restare incollati allo schermo senza addormentarsi di fronte al televisore dopo una giornata mentalmente massacrante, è cosa non da poco di questi tempi.L’abbondanza di produzione multimediale, tuttavia, ci garantisce una agevole via di fuga dall’evitare un calo della palpebra cronico. E, in questo ventaglio di opzioni tendenti all’infinito, il saper scegliere mette in gioco sostanzialmente tutte le nostre percezioni sensoriali, incluse quelle meno consce.Il dialogo in una serie televisiva, ad esempio, è una di quelle caratteristiche in grado di immergerci nella visione, oppure farci storcere il naso per le troppe banalità udite. Questa, tra tutte le altre, è quella che ci consente di comprendere fin dalla prima puntata se quanto mostrato davanti ai nostri occhi merita la nostra attenzione per le puntate a venire.Pochi ci riescono. Pochi sono in grado di catturare la mia di attenzione. E, pur non essendo un capolavoro da cambiare i paradigmi di genere, True Detective a mio modo di vedere è una serie dove il dialogo tocca delle vette qualitative così elevate da risultare stucchevole.Ora, pur io avendo visto solo le prime 4 puntate e magari voi nessuna di queste, il monologo che segue non rovinerà assolutamente la trama di quanto potreste apprezzare nel completare la visione della prima serie. Tuttavia è un fondamentale esempio di quanto ho descritto poc’anzi.Scusate le immagini forse un po’ crude, ma concentratevi sulle parole. Sulla metafora perfetta di chi si concentra sul significato della vita in punto di morte. Parole meritevoli di riflessione.[embed]https://contino.wistia.com/medias/68i2gvkgqe\[/embed\]Il dialogo in senso lato è anche quello filmico e la bravura di chi lavora ad una produzione audiovisiva è anche quella di sapersi rivolgere al pubblico di riferimento evitando di estraniarlo dalla realtà in cui vive, introducendo riferimenti storici del tempo in cui si vive. Questa è anche una delle sottolineature di eccezionale bravura anche dei dialoghi ritrovabili in House of Cards attraverso le parole del suo protagonista Frank Underwood.[embed]https://contino.wistia.com/medias/o5lp2m0o9t\[/embed\]Questa scena, a quanto pare molto apprezzata, si svolge nel quarto episodio ed è un piano sequenza lungo 6 minuti. Un linguaggio stilistico poco comune in una serie televisiva, così anche nel cinema contemporaneo, tutta poco estraneo ad un contesto del genere. Si spiega difatti in modo egregio collocandola accanto ad alcune scene del videogioco GTA con inquadrature, pathos, emozioni molto simili a quelle vivibili in questi 6 minuti.Tutto questo per dire cosa?Cercate di prestare attenzione a tutte le sfumature di un racconto, sotto qualsiasi forma esso si presenti. Badare soltanto alla storia limita le percezioni di sensi altri rispetto alla mera trama. Il significato ama nascondersi sotto molti significanti, i quali, non per forza devono essere quelli più facilmente riconoscibili.

La vista di Massimo da lì

Complice un relativo lungo viaggio fatto sabato mattina, sono riuscito a leggere tutto d’un fiato “La vista da qui”, il libro di Massimo Mantellini uscito il 30 agosto scorso.Quando ho chiuso la copertina, dopo aver letto l’ultima pagina, mi sono appuntato molte domande. Tanti chissà… La prima, la più immediata, è se gli fosse servito questo periodo di soggiorno a Londra per riflettere con maggior intensità su quanto avviene in Italia, e così poterne scrivere un libro. Poi mi sono risposto da me, sul suo blog ne scrive praticamente ogni giorno, il motivo è stato forse per raggiungere quella metà di italiani che, come scritto nel libro, di stare sulla Rete proprio non gli passa dall’anticamera del cervello.

Le domande, come dicevo, non sono terminate.Mi sono subito immedesimato nel “ mediatore sentimentale” in apertura del capitolo dedicato al copyright. Così come interpretiamo oggi il diritto d’autore quaggiù, ma allo stesso modo negli Stati Uniti, è qualcosa che necessita di una revisione sensata realizzata, soprattutto, da persone in grado di discernere l’ampliamento della conoscenza, dall’atto di pirateria a scopo di lucro. Massimo va al nocciolo della questione. Chi fa le leggi spesso non sa nemmeno di cosa sta parlando e ragiona con schemi non applicabili da media a media.Internet in tutte le sue forme si è da sempre contraddistinto per replicare un modello già esistente nella creazione di cultura da parte dell’essere umano. Trasformare in qualcosa di diverso, migliore o peggiore è a descrizione del singolo, ciò di quanto già esistente. Combinare e fondere esperienze pregresse per ampliare gli orizzonti cognitivi.Chissà cosa ne penserà ora Massimo, dopo aver scritto e pubblicato un libro e annoverandosi di diritto tra quella schiera di persone protette da copyright, se il suo libro dovesse essere copiato o fatto a “pezzi” e ricomposto per diventare “altro” in maniera del tutto free. Conoscendolo un pochino, credo di sapere già la risposta.Tutto il testo, a mio modo di vedere, ruota attorno ad un concetto fondamentale seppur banalissimo, ma di cui una bassa percentuale di persone tiene purtroppo conto. Internet non è un mondo extra-terrestre, non è popolato da un Avatar nella concezione cinematografica del termine. Ci sono persone, ci siamo noi, e ci sono gli stessi medesimi comportamenti vigenti tra umani in carne ed ossa. Esiste solo un’intermediazione in cui non è prevista la presenza tattile. Chi non l’ha ancora compreso, non ha ancora capito di cosa si tratta.Percorre questo fil rouge il capitolo dedicato alla privacy, dove il controllo della identità online è dato da quegli stessi strumenti in grado di amplificarne l’ego e la diffusione. E così come dobbiamo stare attenti a proteggere in un luogo sicuro le chiavi della nostra abitazione dopo averla chiusa adeguatamente, abbiamo tutti gli strumenti in grado di controllare quanto di noi vogliamo mostrare al mondo. L’importante è sempre avere il controllo ed evitare che le “chiavi” finiscano in mani sbagliate o siano facilmente rintracciabili. Chissà cosa avrebbe aggiunto Massimo al capitolo dopo quanto avvenuto nei giorni scorsi sul maggior caso di furto di autoscatti di nudo ai danni di alcune celebrità, per poi essere rese disponibili al grande pubblico.Infine, sapevo Massimo sarebbe ritornato sulla questione supporti vs contenuto. Nel capitolo dedicato ai libri c’è un passaggio in cui mi sono rivisto nel mio essere lettore oggi. Per me il supporto non conta più, non preferisco quello elettronico alla carta e viceversa. Preferisco anche io il contenuto. Per questo ho comprato i 4 volumi delle Cronache del Ghiaccio e del Fuoco sia cartacei che in formato eBook. È la circostanza in cui mi trovo come lettore a fare la differenza e solo questa. Tuttavia siamo ancora “carcerati” dietro legislazioni medievali dove se acquisto un libro cartaceo non posso avere in automatico anche la versione elettronica, sebbene io stia acquistando l’opera di un artista, non il suo supporto.È facile accorgersi di come in questo breve saggio Massimo non racconti di sé stesso, ma piuttosto della finestra affacciata sulla sua personale esperienza dell’Internet (si per me sarà sempre maiuscola) italiana di cui anche lui ha contribuito a crearne un racconto storico attraverso il suo ultra decennale blog. E una vista come la sua, carica di esperienza, ci dice che la verità sta nel mezzo, dove è necessario dotarsi di un occhio universale e non parziale per poterne comprendere le miriadi di sfaccettature. Sia positive che negative.Un mio personalissimo consiglio: leggetelo in tempi brevi. È senz’altro da annoverare tra i volumi della storia dei media, ma fate in fretta, la scelta di un supporto cartaceo impone uno specchio dei tempi correnti molto limitato. Tra non molto quello scritto di Massimo sarà “solo” altra storia.ps. Piccola nota per l’editore minimum fax. Avrei lasciato la pagina bianca subito dopo la fine, come chiesto dall’autore del libro.

Da E’ a È: Italiano e tastiere, una storia complicata.

[embed]https://www.facebook.com/AccademiaCrusca/photos/a.598007076909584/699215906788700/?type=3\[/embed\]Nemmeno poi troppo.Al di là dei consigli utili dell’Accedemia della Crusca pubblicati su Facebook circa l’utilizzo corretto degli accenti, il più delle volte gli errori online, ed in particolare uno, sono causati da una scarsa conoscenza della tastiera.A ragion veduta aggiungerei, visto che per Windows ad esempio c’è la necessità di ricordarsi un codice specifico o una combinazione di tasti.Ripropongo quindi il post di Giovanni in cui spiega come facilmente sostituire il layout della vostra tastiera in modo da poter fare tutte le maiuscole accentate con la semplice combinazione di CAPS LOCK + à, è, ì, ò, ù.

31

Credo di non aver mai scritto per un compleanno qui sul blog. Non mi va nemmeno di andare a cercare nell’archivio. Tant’è mi sentivo di farlo.Avevo salvato l’oroscopo di Internazionale nella settimana del 30 aprile con l’intenzione di postarlo proprio oggi. Qui, pur non credendo minimamente nelle arti divinatorie, ho solo ritrovato uno stato d’animo di questo mio personale momento storico.

Il che non è necessariamente riferito a persone in particolare e nemmeno a situazioni precise. È solo un sentire la profonda voglia di fare spazio a nuove “costruzioni”.Quello passato è stato un anno intenso, forse più di tanti altri perché vissuto con piena consapevolezza di molte cose.Tante sono cambiate restando le stesse, altre identiche mutando solo pelle. 31, una per ogni anno:

  1. È il secondo anno che vivo da solo
  2. Ho amato e mi hanno ricambiato
  3. Ho lottato, ho vinto e ho perso
  4. Vado all’assemblea di condominio
  5. Pago tonnellate di tasse
  6. Mi rispecchio sorridendo con gli scritti de I Trentenni
  7. La bellezza di vivere in un’epoca tecnologica come questa
  8. Con buona pace di “Quelli che…i blog sono morti”
  9. Il tempo non basta mai. Mai, mai, mai
  10. Per questo seguo 5 serie TV, scrivo su due blog, videogioco (verbo) come mai prima, e ho iniziato a leggere tutti i 12 libri de Le cronache del ghiaccio e del fuoco
  11. Ho visto i delfini, davanti la Corsica attraversando il Tirreno
  12. Ho scritto di come poter cambiare il mio Comune prima delle elezioni e da un paio di settimane lo sto facendo supportando il team di comunicazione con la pagina FB e Twitter. La passione, anche di pochi, porta lontano
  13. Da qui, se le cose non inizi a cambiarle tu, nessuno lo farà per te
  14. I miei migliori amici stanno per avere una bimba. Non piangevo di gioia da tanto tanto tempo
  15. Ho appena allargato il layout del blog. Siamo nel 2014, il 1920 dove essere il minimo della risoluzione degli schermi di tutti voi
  16. Al lavoro c’è la magia di sfidare solo una persona. Me stesso. Ci sto riuscendo
  17. Barbalbero e Fabri Fibra hanno ragione da vendere. Quando nessuno sta dalla tua parte non stare dalla parte di nessuno
  18. Non si può controllare ogni singolo aspetto della vita. Nonostante siano ancora i dettagli a fare la differenza
  19. Tutti buoni a fare gli espertoni di calcio solo quando c’è il mondiale
  20. Ok e chi non lo fa?
  21. Le priorità a corto raggio sono le più difficili da gestire. E hanno la capacità di concentrarsi tutte nello stesso momento
  22. Per la prima volta in vita mia ho vinto un concorso
  23. Non sono mai stato a NY prima dei 30 anni. Dopo averli compiuti ci sono andato 3 volte in 4 mesi
  24. Nessuno può uccidere le emoticon
  25. La musica in streaming sarà lo standard del futuro
  26. Avere un ADSL che funziona è solo culo. Solo e soltanto culo
  27. Nessuno è mai troppo giovane o incompetente per non essere considerato
  28. Her. Ho timore a riguardarlo
  29. Queste pagine sono tra le cose a cui tengo di più. Sono me
  30. Grazie mamma. Grazie papà
  31. Non mi importa più del compleanno, è solo un anno in più da aggiungere, un anno in meno da godere

Il Never Give Up di Simone farebbe di tanti posti, un posto migliore:

Il fondamento del “pensare positivo” sembrerebbe essere che a pensare negativamente ci si attiri addosso solo sventure. Ciò mi trova d’accordo. Ma non giustifica il pensare positivamente come soluzione*. Esiste infatti la terza via: pensare e basta. Che nella sua accezione naturale significa vedere il bicchiere e il suo contenuto senza focalizzarsi sul mezzo vuoto ma neppure sul mezzo pieno: è solo un dannato bicchiere.

È il bello e il brutto di navigare a vista. Si vede l’orizzonte, la mappa c’è anche se ancora poco decifrabile.L’importante è non mollare mai.

Wolfenstein: The New Order. ACHTUNG! ACHTUNG!

Quando decisi di recensire Wolfenstein: The New Order mi accorsi immediatamente di due cose.

  • La prima: Non prendevo in mano un puro sparatutto da troppo tempo.
  • La seconda: Le innumerevoli partite giocata a Wolfenstein 3D sul mio 486 oramai oltre 15 anni fa.

Completata l’installazione su Xbox One mi accorgo che proprio quel giorno Xbox Live non funzionava. Volevo provare anche la modalità multiplayer, ma si vede che la provvidenza ha guardato in basso, perché Wolfenstein: The New Order è privo di una modalità a più giocatori.Interpretare e portare sul mercato uno sparatutto figlio di Doom con delle meccaniche vetuste a detta del mercato, è sicuramente un’operazione complicata e forse priva di senno. Tuttavia l’esercizio fatto da Bethesda, e in particolare dagli studi MachineGames, sta a ricordare che c’è un mondo oltre ai ragionati schemi di Call of Duty e che un FPS può ancora essere brutale e fatto di colpi di fucile a pompa invece di quello da cecchino.È e resterà sempre il mio modo di interpretare un buon FPS ed è lo stesso motivo per cui ho smesso di giocare a Call of Duty dopo essere diventato esclusivamente concentrato sulle guerre presenti e future rispetto a quelle del passato.Ad ogni modo, torniamo al buon caro vecchio Wolf.[embed]https://youtu.be/ypItH0U5qz4\[/embed\]Vestiamo i panni del soldato americano William “B.J.” Blazkowicz in uno scenario fantapolitico in cui i Nazisti hanno vinto la guerra appropriandosi di tutte le conoscenze del mondo anglofono ed europeo ostile. Dal 1946 dove rimaniamo per poche sessioni di gioco, l’azione si trasferisce negli anni ’60, ci siamo beccati una scheggia in testa e soffriamo di allucinazioni.Dalla Polonia in cui siamo stato deportati, sarà nostro compito riassestare le fila di una resistenza ormai morente e liberare il mondo dall’assedio tedesco. Tutto sommato il lavoro fatto sulla trama non è da disprezzare, anche se non incapperete mai in scene particolarmente mozzafiato o da tenervi incollati sulla sedia. Tuttavia è stato fatto un buon lavoro sul design dei personaggi in grado di garantire il coinvolgimento necessario per progredire nella storia.A tal proposito va fatta menzione di un doppiaggio italiano perfetto, sia del narrato sia del parlato, in grado di immergerci ancora di più negli accadimenti e nell’intreccio.

Spara, spara e sparaancora!

Nei 16 capitoli e nelle quasi 15 ore di gioco vi accorgerete come tutto si svolga attorno alle armi. William è in grado di portare con se un vero e proprio arsenale, di armi se ne possono impugnare 2 per ogni tipo e grazie ai potenziamenti dei 4 talenti del personaggio, saremo dei soldati con abilità sempre migliori man mano che si superano i vari livelli.Non mancano le chicche provenienti dai precedenti capitoli, Wolfenstein 3D su tutti (perché immagino abbiate giocato solo quello). Sono presenti i punti “armor”, punti che consentono di migliorare la resistenza alle pallottole, così come dovremmo fare ricorso spesso ai kit medicinali o al cibo per poter ristabilire il nostro livello di salute. Quest’ultimo si rigenera fino a 20 punti se si trova un riparo nelle vicinanze, ma è fondamentale trovare rifornimenti per poter ristabilire il 100% e oltre.La cosa fastidiosa è che al termine di ogni sessione di sparatoria, per poter raccogliere tutto quello presente in terra o su scaffali, è necessario premere ripetutamente lo stesso tasto.

Tecnicamente parlando

Il lavoro sul level design è magistrale, la potenza delle console di nuova generazione viene sfruttata a dovere e in alcuni casi si ammirano scenari molto curati. Il frame rate è molto solido, non scende mai sotto i 60, garantendo una pulizia d’azione come pochi altri del genere.La cosa che mi ha leggermente infastidito è la gestione della mira, quindi lo stick analogico destro per intenderci. I movimenti di quest’ultimo risultano un po’ troppe volte a scatti, portando la mira ad una distanza, seppur breve, lontana rispetto alla mira voluta. Mancando così il colpo talune volte. Pur conoscendo bene il punto debole di un puntamento da pad rispetto ad un mouse si poteva fare un lavoro migliore da questo punto di vista.L’AI è un altro degli aspetti migliorabili dal mio punto di vista. I nemici sono poco vari e si mostrano davanti ai nostri occhi sempre sotto la stessa forma: Soldati, Robot o cani vogliosi di sangue.

Chicche!

Per chi è appassionato della serie sa bene che Wolfenstein è sempre stato pieno di chicche nascoste lasciate al giocatore per essere scoperte. Anche in questo capitolo vi troverete di fronte a porte chiuse che necessitano di combinazioni per essere aperte o alcune volte è sufficiente utilizzare il coltello. Al loro interno una serie di collezionabili vi permetterà ad esempio di attivare nuove modalità di gioco.E, se cercate bene dentro il quartier generale della Resistenza, potrete giocare l’indimenticato Wolfenstein 3D!Polygon, per l’occasione del lancio del nuovo capitolo della serie ha riavvolto un po’ i nastri della Storia e ha prodotto questo video partendo dalla genesi di Wolfenstein, fino ai giorni nostri:[embed]https://youtu.be/3SKK74gDUDw\[/embed\]**Wolfeinstein: The New Order si dimostra capace di soddisfare i malinconici di un certo tipo di FPS ormai superato e forse del tutto defunto con i vari Doom, Serious Sam molti altri. Per contro dimostra come sia possibile soverchiare dinamiche ormai consolidate riportando in auge quelle dimenticate per migliorarle e poter rendere godibile ancora uno sparattutto violento e sanguinolento.**Seppur superficiale in alcuni aspetti, come AI e alcuni controlli, lascia il buon retrogusto di qualcosa di antico in grado di trovare il giusto posto in un mondo di headshot!

Medium? Qualche volta. La blogosfera non è più personale

Written by Andrea Contino since 2009